BASILICA PAPALE DI SAN PAOLO FUORI LE MURA
Sabato 21 Gennaio 2012
Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani
INTRODUZIONE ALLA CELEBRAZIONE
A tutti un
fraterno benvenuto!E’ ormai
tradizione consolidata che, nell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani in
comunione con tutta la Chiesa, la Famiglia Paolina qui rappresentata dalle varie
istituzioni volute dal nostro fondatore il Beato Giacomo Alberione, si riunisca attorno alla
tomba dell’Apostolo Paolo nella basilica papale a Lui dedicata. E mentre ringraziamo l’Amministrazione
Pontificia e la comunità Monastica dei Padri Benedettini
siamo particolarmente stimolati dal tema che caratterizza questi otto giorni di
preghiera: "Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore" (cfr. 1 Cor 15, 51-58). L'unità dei cristiani è un dono di Dio; la preghiera comune ci
prepara a ricevere questo dono e ad essere trasformati in ciò per cui preghiamo. Celebrando i
primi Vespri e l’Eucaristia della IV Domenica del TO, in questo luogo così prezioso e
significativo per la nostra identità di FP, ci affidiamo all’intercessione di San Paolo,
per noi padre, modello, ispiratore per vivere la missione che ci è stata affidata con il
suo stesso zelo, nella prospettiva universale che lo ha caratterizzato. «In fedeltà al
Beato Giacomo Alberione, noi paolini e paoline, siamo chiamati a “ravvivare” il
dono ricevuto incrementando la nostra comprensione di San Paolo, conoscendolo,
amandolo e imitandolo al fine di essere “oggi” Lui vivente, attraverso la molteplicità
dei carismi che ci caratterizzano. L’unità e la
convergenza degli apostolati della Famiglia Paolina trovano migliore espressione e
maggiore efficacia se “riespresse” alla luce dell’esperienza trasformante dell’Apostolo
delle Genti, del suo pensiero e della sua instancabile attività evangelizzatrice. Ciò
soprattutto, in fedeltà creativa al nostro fondatore, nel più ampio orizzonte
della Nuova Evangelizzazione, così marcatamente insistita dal Santo Padre Benedetto
XVI alla cui base sta una profonda esperienza di fede in Cristo Risorto, Signore
e Salvatore che si trasforma in ardore missionario nella comunicazione
attuale, in contemplazione nella liturgia, in laboriosità nella pastorale parrocchiale,
nel promuovere e suscitare vocazioni, nel vivere lo stato di vita laicale in stile paolino
e nella cooperazione alle opere di bene paoline. Lasciamo,
pertanto, che il cammino intrapreso nella triennale preparazione al Centenario di
Fondazione ci apporti nuovo vigore apostolico perseguendo l’unità e la trasformazione
in Cristo per l’azione dello Spirito. Ci renda più aperti e disponibili, come singoli e
come comunità, alla potenza del mistero della morte salvifica di Cristo, per
vivere e testimoniare la nostra missione con lo stesso cuore dell’apostolo Paolo, sapendo
cogliere i segni dei tempi e docili al soffio dello Spirito. Presiede L’Eucaristia
il Superiore generale della Società San Paolo: Don Silvio Sassi.
Commissione per le
celebrazioni della Famiglia Paolina.
OMELIA
La riflessione sulle letture proclamate in questa III domenica del tempo ordinario, tenendo presente che stiamo celebrando l’ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani, ci mette nell’atteggiamento di chi, al di là di ogni differenza umana, vuole sentirsi in unità e sintonia con tutti coloro che prestano attenzione alla Parola di Dio. Inoltre, come Famiglia Paolina che sta vivendo un triennio di preparazione al centenario del sorgere del carisma paolino ad opera del beato Giacomo Alberione, vogliamo offrire un contributo di pensiero alla comunità ecclesiale sollecitando il dovere di tutti per l’evangelizzazione partendo dall’esperienza di fede di San Paolo. Abbiamo appena ascoltato nella seconda lettura (1Cor 7, 29-31) l’esortazione di Paolo che inizia costatando che “il tempo ormai si è fatto breve” e termina affermando: “passa la figura di questo mondo”. Il brano è estrapolato dalla prima lettera ai cristiani di Corinto e con le due affermazioni appena ricordate, Paolo invita i credenti di ogni epoca a prendere coscienza della situazione nuova creata dalla risurrezione di Cristo. Il tempo è diventato breve non perché sia imminente la fine della storia, ma perché nella cronologia del tempo umano che scorre si è innestato Cristo divenuto la primizia di una “nuova creatura”. Per questo “la figura di questo mondo” inteso come l’insieme delle “strutture di peccato” e di “forze del male” hanno un destino passeggero non perché si compone di elementi caduchi e di nessun valore, ma perché Cristo ha vinto la morte e il maligno, “principe di questo mondo” e ci ha resi figli di Dio. Intesa in questo modo, l’esortazione di San Paolo non intende giustificare né una visione apocalittica sulla fine del tempo né un distacco ascetico quasi un’ossessione che motiva la “fuga” del credente dalla storia e dal mondo. Al contrario, proprio perché cosciente che il tempo e la vita del mondo sono già immersi nella vita nuova del Cristo risorto, il credente “sposato, che piange, che gode, che compra e che usa del mondo” resta nella storia con lo stile di vita del “come se”. Sarebbe una caricatura del pensiero di Paolo interpretare il “come se” con la categoria della “finzione”: dar l’impressione di fare una cosa, ma nel profondo di sé dissentire. Al contrario, è proprio in quanto “nuova creatura” sull’esempio di Cristo risorto che il credente ha coscienza di appartenere a due stati di vita: al “già” risorto in Cristo, ma “non ancora” pienamente manifestato. Il continuare ad esistere nella storia immersi nel mondo vivendo “come se” permette a noi credenti di sfuggire all’atteggiamento di chi non ha orizzonti oltre la storia umana e di mobilitare invece un processo di costante cristificazione, un continuo assomigliare a Cristo che “ha dato la sua vita per me, quando ero ancora peccatore”. Poiché “Dio mostra il suo amore per noi perché, quando eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi” (Rm 5,8) per dare agli uomini di tutti i tempi la possibilità di essere “creature nuove”, la fede del credente non è dono privato, ma da condividere con gli altri nelle varie forme dell’evangelizzazione. Le altre due letture di oggi mettono davanti ai nostri occhi due modelli del credente che riceve l’incarico di “annunciare la buona novella di Dio agli uomini”. La prima lettura (Gio 3, 1-5.10) ci offre l’unico brano del lezionario domenicale preso dal libro di Giona e descrive la conversione degli abitanti di Ninive alla predicazione del profeta. Nelle letteratura biblica, il libro di Giona è stato scritto in funzione didattica, per sottolineare che Dio non è la proprietà di nessun popolo e che egli offre la sua misericordia a chiunque si pente. Il brano proclamato racconta il secondo incarico ricevuto dal profeta che va a Ninive e decide di predicare ma con toni minacciosi, annunciando una catastrofe sicura: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. La sorpresa è che i Niniviti, a cominciare dal re, si convertono e Dio cambia idea riguardo al male minacciato e non lo mette in esecuzione. Questo cambiamento in Dio è ciò che Giona temeva e la sua fuga anteriore era stata una forma di protesta contro la misericordia divina: “…per ciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime di grande amore e ti lasci impietosire riguardo al male minacciato”. Di fronte alla conversione dei Niniviti, Dio non mette in esecuzione la sua minaccia; diverso è l’atteggiamento del profeta Giona che reagisce con dispiacere e rabbia invocando anche la propria morte come una liberazione di fronte al perdono divino che egli ritiene ingiustificato. Netto è il contrasto tra la Provvidenza universale di Dio e la miopia mentale del profeta Giona di cui Dio vuole servirsi inviandolo a predicare ad un popolo pagano, fuori dai confini del popolo eletto. Nel Vangelo (Mc 1,14-20), Marco ci offre la sua versione dell’inizio del ministero pubblico di Gesù con le parole: “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo” e con il suo passare lungo il mare di Galilea chiamando i primi quattro discepoli ai quali prospetta di “diventare pescatori di uomini”. Con questa redazione, Marco narra due avvenimenti che però confluiscono: Cristo si presenta come colui che proclama la “buona novella” (=vangelo) che il regno di Dio è presente e al tempo stesso fin dal primo momento associa a sé coloro che avranno la missione di continuare la sua predicazione: “vi farò pescatori di uomini”. Quando Marco scrive il suo vangelo, le circostanze dell’evangelizzazione sono cambiate e per questo raccontando la chiamata dei primi 4 discepoli, intende trasportare nella storia successiva e in ogni tempo, la missione dei credenti in Cristo. La geografia dei primi capitoli del vangelo di Marco è in stretta relazione con lo sviluppo dell’evangelizzazione messo in atto dalla primitiva comunità cristiana: Gesù conduce spesso il piccolo gruppo dei suoi discepoli fuori dai confini, dall’altra parte del mare di Galilea o verso Tiro e Sidone. Come a dire che essere discepolo di Cristo, per la comunità cristiana del vangelo di Marco, significa andare con Cristo anche verso i pagani, sull’esempio di San Paolo. Con il dono della fede ad ogni battezzato e con la varietà dei carismi nella comunità ecclesiale di oggi, incluso il carisma di adottare per il Vangelo tutta la comunicazione attuale, soprattutto la comunicazione digitale, deve crescere in tutti i credenti la coscienza missionaria della fede: “La Chiesa è missionaria nella sua essenza. Non possiamo tenere per noi le parole di vita eterna che ci sono date nell’incontro con Gesù Cristo: esse sono per tutti, per ogni uomo”(Benedetto XVI, Verbum Domini, 91). Però il nostro desiderio missionario deve ricordarsi l’avvertimento di Paolo VI: “della verità del Vangelo, non siamo né padroni, né arbitri, ma solo depositari, araldi e servitori” (Evangelii nuntiandi, 78).
Don Silvio Sassi ssp
Superiore Generale
da palus.net








